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In un andazzo generale in cui molte persone sembrano aver perduto interesse e sollecitudine per la vita ultraterrena, spicca il silenzio imbarazzato e assordante che nella Chiesa, da alcuni decenni a questa parte, ha oscurato una delle principali verità della fede cattolica: l’esistenza dell’inferno. Lucidamente consapevole di questo deliberato oblio e delle sue cause, il frate domenicano Giovanni Cavalcoli ha scritto il saggio “L’inferno esiste – La verità negata”, pubblicato da Fede&Cultura, ricco di solide argomentazioni e di spirito profetico, per ribadire non solo che l’inferno esiste, ma anche che non è vuoto.

Il lavoro di Cavalcoli si può suddividere in tre filoni tematici, sapientemente sviluppati dall’autore in quest’ordine: enumerazione e commento delle testimonianze scritturistiche e magisteriali che provano l’esistenza dell’inferno e dei dannati; proposta di una nuova concezione dell’inferno; esame critico di teologie che hanno introdotto nella Chiesa concezioni dell’inferno non cattoliche.

Una certa mentalità moderna, sia laica che religiosa, è riluttante ad accettare l’idea dell’inferno e, se non nega esplicitamente la sua esistenza, afferma che esso è vuoto, ossia che tutti si salvano, o quanto meno che non si può sapere se qualcuno ci sia mai andato oppure no. Alla mentalità laica l’inferno appare una realtà degna di una divinità arcaica, frutto di “una mentalità troppo intransigente e intollerante, irrispettosa della libertà di pensiero e del pluralismo delle culture”. Alla mentalità religiosa l’inferno sembra inconciliabile con la bontà e la misericordia divine. A queste convinzioni, che sono il portato di quello che Cavalcoli chiama il buonismo relativista, il religioso domenicano risponde citando diversi passi evangelici e pronunciamenti del Magistero. Attestazioni che dimostrano inequivocabilmente l’esistenza dell’inferno e dei dannati. I passi evangelici elencati sono ben quarantasei e, in particolare, diciassette di questi presentano non come una possibilità, ma come una certezza l’esistenza dei dannati. Si tratta di parole di Gesù, chiare e non interpretabili. Sostenere che tutti si salvano, significa quindi contraddire esplicitamente la parole del Signore, tanto da indurre l’autore a chiedersi se possono ancora definirsi cristiani coloro che non credono all’insegnamento di Cristo.

La divina Rivelazione, pertanto, ci dice che i dannati sicuramente ci sono, anche se non è possibile sapere chi e quanti sono. Tuttavia, Cavalcoli riconosce che una visione tradizionale dell’inferno, tutta morbosamente incentrata sull’orribilità delle pene infernali, ha trasmesso l’idea di un Dio non giusto ma crudele, e in parte ha contribuito a suscitare l’attuale avversione per il dogma dell’inferno. E’ una concezione del castigo infernale che deve essere riveduta e corretta. In tale prospettiva l’autore, sulla scorta di S. Tommaso d’Aquino, ricorda che il dannato è in qualche modo oggetto della divina misericordia, poiché non è comunque castigato con la misura che meriterebbe: “Il dannato, benché creato per amare Dio, non lo ama, ma Egli continua ad amarlo. Il dannato non vorrebbe questo, ma tutto sommato non gli dispiace, perché per quanto egli sia perverso la sua stessa natura resta inclinata verso Dio, benché sia frustrata in questa inclinazione. Certamente, odiando Dio, odia anche se stesso in quanto sua creatura; ma nel contempo resta attaccato alla propria volontà, che pure è creata da Dio, benché solo come volontà e non in quanto ribelle. E Dio, mantenendo in essere il dannato, conserva evidentemente in essere la sua volontà. Abbiamo dunque qui in un certo modo un punto di incontro fra Dio e il dannato”. E soprattutto, il teologo ravennate sottolinea che all’inferno ci va chi ci vuole andare. Il dannato ha certamente ciò che, per sua libera scelta, ha voluto. Nel momento in cui ha liberamente scelto di fare di testa sua, seguendo la propria volontà e non quella di Dio, senza pentirsene fino alla fine, ha irrevocabilmente determinato la sua sorte. La sua volontà ha sostituito il vero bene, il bene oggettivo voluto da Dio, ovvero l’osservanza dei comandamenti, con un bene falso e arbitrario, contrario alla legge di Dio. In sostanza il dannato, in nome di una falsa libertà, ha deciso una volta per tutte, contro la volontà e la legge divine, che per lui il bene s’identifica con il peccato. Il male che ha commesso è per lui bene, quindi rifiuta categoricamente la misericordia di Dio visto che, a suo giudizio, non c’è nulla che gli debba essere perdonato. Dio non intende costringere nessuno ad andare in paradiso. Nell’incondizionato rispetto che Egli nutre per la libertà umana e per la libera scelta di chi, rifiutando la sua misericordia, si danna, la sua giustizia e la sua misericordia vengono a coincidere.

L’ultimo capitolo del saggio è dedicato a un interessante esame critico delle teologie di Von Balthasar, Rahner e Schillebeeckx, che hanno insinuato nella Chiesa concezioni non cattoliche, quindi erronee, dell’inferno, di matrice luterano-hegeliana nel caso di Von Balthasar e Rahner, di matrice naturalista-empiristico-illuminista-russoiana nel caso di Schillebeeckx.

La convinzione che tutti si salvano può avere un effetto deleterio ai fini della nostra vita post mortem, e questo nel testo emerge in maniera esplicita. Non è questione di oziose discussioni accademiche tra teologi astrusi e fuori dal mondo, ma è una convinzione perniciosa, poiché deresponsabilizza, inducendoci a credere che possiamo fare quello che ci pare, possiamo tranquillamente assecondare le nostre passioni peccatrici, tanto saremo perdonati e un posto in paradiso è assicurato ugualmente. Viceversa, attenersi all’insegnamento della Sacra Scrittura e del Magistero significa sapere che l’esistenza dei dannati non è una pura ipotesi, ma un dato di fatto, e questa certezza ” ci pone davanti un deterrente più efficace, per cui alimenta il santo timor di Dio, rafforza la nostra vigilanza, fa odiare il peccato, perfeziona l’umiltà, ci spinge a pregare, stimola alle buone opere e ci spinge a confidare maggiormente nella misericordia di Dio”.

Il saggio di Giovanni Cavalcoli è voce che grida nel deserto, fuori dal coro, politicamente scorretta. E’ un lavoro di indubbio valore parenetico e apologetico. Parenetico in quanto, confermando con prove inoppugnabili, sul piano della Rivelazione, l’esistenza dell’inferno e dei dannati, ci esorta a mettere in pratica quello che la Bibbia, il Magistero, l’esempio dei santi e le rivelazioni private hanno sempre raccomandato: ognuno deve pensare alla vita eterna e avere seriamente a cuore la propria salvezza. Apologetico, in quanto è finalizzato a difendere verità di fede la cui accettazione e corretta comprensione possono risultare decisive per dare alla nostra vita la direzione giusta, incamminandola sulla strada che conduce al paradiso e alla visione beatifica. E proprio per queste caratteristiche, uno scritto di alta divulgazione teologica come “L’inferno esiste”, rappresenta nel nostro tempo un’opera nobilissima di misericordia spirituale.

Iosephus72



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